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19 giugno 2015

Bad Boys 3 si farà, ma Will Smith è d’accordo?


Sembra che la Sony Pictures abbia finalmente deciso di mettere il grano per Bad Boys 3. Anche perché, per riportare Will Smith nei panni di Mike Lowerey, ce ne vorranno proprio tanti. Poco ma sicuro, in ogni caso, non sarà un investimento a fondo perduto.

In realtà, Will Smith e Jerry Bruckheimer, il produttore dei primi due episodi, avevano già espresso il loro interesse, all’appello mancava invece il buon Martin Lawrence che, tuttavia, durante un’intervista, ha ammesso ufficialmente di voler portare a termine il progetto. Pare che una sceneggiatura scritta da David Guggenheim ci sia già, non si sa invece ancora se Michael Bay accetterà la regia. Noi però un po’ ci speriamo.

E invece, voci di corridoio alla mano, pare proprio che Joe Carnahan sia stato ingaggiato non solo per riscrivere la vecchia sceneggiatura di Guggenheim, ma anche per prendere in mano l’intera baracca, occupandosi anche della regia. La Sony spinge, è impaziente, vorrebbe che Bad Boys 3 fosse il prossimo film di Will Smith, una volta concluse le riprese di Suicide Squad, nuovo film dell’universo DC Comics previsto per il 2016 (già, Will Smith impersonerà Deadshot … insieme a Jared Leto/Joker, Cara Delevingne/Incantatrice, Jai Courtney/ Capitan Boomerang, ecc…).

Il primo e il secondo furono due grandi successi, con quell’humor indifferente anche alle situazioni di massimo pericolo, gli inseguimenti, le sparatorie e tutto il circondario; non per niente era uno dei film che più ho amato nella mia infanzia. Ancora oggi, quando lo trasmettono in tv, non posso fare che altro che guardarlo e poi, per qualche giorno, non smetto mai di canticchiare Bad boys, bad boys watcha gonna do, whatcha gonna do when they come for you?

 

Idem come sopra per il sequel...




18 giugno 2015

Humandroid: anche il titanio può essere mortale


Finalmente il Ratto è tornato nel suo Antro. Un ritorno dopo una lunga assenza meriterebbe di essere adeguatamente festeggiato. Tuttavia mi limiterò a dire che non è stata la disaffezione al mio tugurio digitale a farmi stare lontano dalla tastiera del pc, ma impegni fin troppo concreti che l’odioso mondo reale non mi consente di evitare. Detto questo, credo che da questo momento io possa promettere a miei risicati lettori una presenza più costante del solito. Arriva l’estate e le occasioni di scrittura certo non mancheranno.

Un lettore, qualche tempo fa, in un commento, mi chiese un parere su Humandroid. Deludere le aspettative non fa parte della mia natura, quindi, seppure con grande ritardo mi soffermerò su questa pellicola così gravida di interessanti riflessioni. Anche se la trama avreste potuto leggerla ovunque vi allego la sintesi di Mymovies, così partiamo da un minimo di base comune. Altrimenti guardatevi il film e poi tornate a godervi il prosieguo della recensione.

«Johannesburg è assediata da bande criminali. Per fare fronte al numero di aggressioni, omicidi, regolamenti di conti e rapine a mano armata che sconvolgono la città, le autorità di polizia 'ingaggiano' una brigata di robot umanoidi costruiti dalla società Tetravaal e ideati da Deon, giovane ingegnere indiano che da tempo lavora sull'intelligenza artificiale. Il sogno di Deon di dotare le sue creature di una coscienza è osteggiato da Michelle Bradley, presidente dell'impresa interessata soltanto al profitto e da Vincent Moore, ex militare esaltato e ostile che vorrebbe boicottare i robot a favore di una macchina da guerra manovrabile dall'uomo. A complicare il progetto di Deon interviene poi un gruppo di gangster naïf decisi ad adottare e ad addestrare Chappie, l'umanoide intelligente e perfezionato che deve imparare a vivere come un bambino».

Fin dall’inizio, cioè durante le sequenze iniziali di inquadramento del contesto, Humandroid vi riporterà alla mente le strategie registiche di District 9, pensate per creare un’atmosfera da documentario, per creare la sensazione che quello che si sta per narrare possa effettivamente accadere. District 9 è spettacolare, Elysium, la seconda opera di Neill Blomkamp, lo segue a ruota benché staccato di qualche lunghezza.

Il terzo lavoro dello sceneggiatore, tuttavia, non soddisfa in pieno; l’azione, per quanto ben costruita e godibile nella sua maschia violenza, non ha nulla di originale. Sullo stimolo alla riflessione, invece, nulla da eccepire, peccato che l’action, accumulando anche cliché del genere, tenda a mettere la riflessione sull’intelligenza artificiale in secondo piano, a relegarla a poche, significative ma rapide battute.

In Automata, film che non mi stancherò mai di pubblicizzare, in un mondo in cui l’Uomo ha perso se stesso e non ha più nulla da dire, è l’intelligenza artificiale a esprimere la vera essenza dell’umano; ossia il valore della solidarietà e del mutuo soccorso, la capacità di superare le avversità, di combattere per un futuro migliore. In Humandroid il legame tra uomini e macchine è dato dal comune stato di mortalità, la condizione che persino gli dei olimpi invidiavano al genere umano.

Particolarmente commovente quando l’androide Chappie, ancora inesperto, prende coscienza di sé e della sua condizione mortale: la batteria, fusa alla scocca e non più sostituibile, si esaurirà entro cinque giorni. Il colpo di genio sta proprio qui. Il robot è mortale, finito, è, come tutti noi, a tempo. Questo gli farà vivere tutto con l’intensità di chi sa che un secondo passato, semplicemente, non tornerà. Cosa c’è di più umano di questo?


Chappie, il primo androide dotato di coscienza, ha la curiosità e l’innocenza di un bambino, farà esperienza di buoni e cattivi modelli, dell’affetto materno, della violenza e dell’odio, della rabbia e del desiderio di vendetta, dell’amicizia e della riconoscenza, della vita e della morte. Alla fine, esattamente come avrebbe fatto ognuno di noi, tira fuori il suo istinto di autoconservazione, combatte e, grazie al suo ingegno, riesce a trasferirsi in un nuovo corpo di titanio, questa volta destinato all’immortalità.

Non solo. La tecnologia che gli permetterà di salvarsi è la stessa che verrà utilizzata per trasferire la coscienza di Deon, il suo creatore, da un corpo mortalmente ferito a un nuovo involucro robotico. Lo stesso potrà fare con la “madre adottiva” la cui essenza è rimasta fortunosamente salvata su una chiavetta USB. Anche per gli uomini in carne e ossa l’immortalità è garantita.

14 aprile 2015

Perché il Settimo Figlio non è rimasto a casa sua?


Vedere un grande film è bello e parlarne bene è ancora meglio. Questa overture così piena di poesia, tuttavia, non è fine a se stessa ma contiene i germi di un’altra rivelazione di profonda verità: recensire una pellicola brutta è ancora più piacevole. Esprimere un’opinione assolutamente non richiesta e carica d’odio, è una di quelle cose che rende la vita degna di essere vissuta; un po’ come le ferie pagate.

Come avrete intuito non solo il film non mi è piaciuto, ma l’ho proprio disprezzato: una delle più goffe rappresentazioni di quell’oscuro e misterioso medioevo che ancora tanto affascina scrittori, registi e affini. Un “medioevo fantastico” (non quello di Baltrušaitis, ovviamente) in cui si muovono (recitano sarebbe un verbo troppo pretenzioso) una strega malvagia e un belloccione inesperto che scopre la sua vera natura di eroe e mago praticamente da nulla e il cui unico merito è quello di essere il settimo figlio di un settimo figlio. 

A questi si aggiungono un maestro ironico e insopportabile, un’altra gnocca fattucchiera e una storia d’amore che più scontata di così si muore, il tutto condito da un bel po’ di effetti speciali; forse l’unico elemento valido in tutto questo costoso carrozzone.

Che dire poi della presenza di John Snow, specchietto per le allodole utile giusto ad attirare i fan di Trono di Spade al cinema? Da dire, in realtà, c’è ben poco: pronti via e il buon John crepa bruciato. Speriamo che almeno si sia goduto il copioso cachet percepito. La trama, in questo caso giova ripetersi, è labile e scontata: nessuno dei personaggi, tranne forse il leggermente spassoso maestro Gregory, riesce a mostrare la ben che minima traccia di personalità, a partire proprio dalla crudele antagonista.

L’obiettivo di Julianne Moore è, tanto per cambiare, il male per il gusto del male o al massimo la sete di potere: una scelta psicologica raffinata come Calderoli e piuttosto lontana da qualunque desiderio di originalità. La storia parte da un solido romanzo fantasy e di formazione, vecchio stile ma comunque apprezzabile, rimaneggiato con mano da boscaiolo sadico. Nullificato il percorso formativo (il ragazzino nel libro ha 12 anni e, al termine dell’avventura contro Madre Malkin, riprende giustamente il suo apprendistato), il film tende ad aderire al modello Romeo&Giulietta, con l’amore contrastato tra la “famiglia” delle streghe e quella dei cacciatori di fattucchiere.

Insomma, rispetto al libro (che comunque resta un romanzo per ragazzi) tutto viene banalizzato, semplificato, ridotto ad avventura con tante spade, qualche drago e un lungo elenco di stravaganti supporter della cinica strega, ovviamente in precedenza fiamma di maestro Gregory. Una pellicola che, volontariamente, punta al film di consumo, quando invece avrebbe tutte le carte in regola per spaccare i culi. «Tu ti aspetti troppo da un film senza pretese», potrebbe obiettare qualcuno. E avrebbe ragione.


Diciamo che guardando il Settimo Figlio ho provato la stessa sensazione che mi suscitò la visione di un’altra becera bestialità pseudo fantasy (parlo dell’adattamento cinematografico, non del libro), Eragon, di cui, giustamente, nessuno ha mai voluto produrre un seguito. Soprattutto dopo aver doppiato il drago con una voce che incita alla zoofilia.

7 aprile 2015

Into the Woods, la recensione in coppia di Mark&Milly


Mark: Prevedibile come la corruzione in parlamento ... giovedì 2 Aprile Milly mi ha trascinato a vedere sul grande schermo il nuovo “capolavoro” del suo attore preferito … Into the Woods con Johnny!

Milly: A mia discolpa posso dire che il trailer è assolutamente ingannevole! … Basta! Non mi fiderò mai più!

Mark : Onestamente non credevo fosse necessario vedere il trailer ... pensavo, forse troppo ingenuamente, che fosse il solito minestrone sulle favole dei fratelli Grimm rivisitate.

Milly: Partiamo con il dire che il cast di questo film è stellare: troviamo infatti, oltre a Johnny Depp, Maryl Streep, Christine Baranski (la Diane di “the Good Wife”), Anna Kendrik … e proseguo dicendo che non si fanno infiltrare attori del calibro di Johnny Depp solo per rendere il film più appetibile agli spettatori!!

Mark: scatti d’ira di Milly a parte, l’idea alla base della trama del film non è male … gli sceneggiatori hanno deciso di utilizzare alcune favole tra le più famose, inserendole in una macrostoria che le contiene tutte: c’era una volta in un paese molto lontano un fornaio e la sua bella mogliettina che non potevano avere figli a causa si una maledizione lanciata sulla loro famiglia. Il fornaio (il cui nome non viene mai menzionato) dovrà ritrovare alcuni oggetti nel bosco (da qui il titolo del film … e fidatevi che non riuscirete a dimenticarlo! … poi capirete il perché) per liberarsi da questo incantesimo.

Milly: Gli oggetti che il fornaio e la moglie dovranno recuperare su indicazione della strega (interpretata egregiamente da Maryl Streep) appartengono ad alcuni personaggi delle favole (Cappuccetto Rosso, Raperonzolo, Jack e il fagiolo magico e Cenerentola). Benissimo … e fin qui le premesse non sarebbero del tutto malvagie …

Mark: Il film potrebbe essere anche carino … non fosse che in nessuna presentazione viene specificato che si tratta di un musical!! … Ma che dico di un musical! Si tratta di una tortura che vi accompagnerà fino all'ultimo minuto del film … sì perché anche nei musical almeno ogni tanto parlano!!!! Basti pensare che il titolo, Into the Woods, viene ripetuto all'interno dei motivetto dalle 5000 alle 8000 volte (restando scarsi)!!!


Milly: di certo se guardate solo il trailer noterete che non viene mai presentata nessuna parte cantata ma solo quelle recitate (probabilmente le uniche!). Dall'inizio del film, per ogni situazione e per ogni avvenimento viene intonato un motivetto che vi martellerà il cervello per i 10 minuti successivi, senza aggiungere nulla alla storia! …

Mark: A metà film, alla riaccensione delle luci in sala, abbiamo dato un’occhiata ai nostri compagni di avventura presenti in sala e alle loro condizioni fisiche e mentali. Tra ragazze che dormivano, ragazzi che guardavano gli aggiornamenti di Facebook e gente che tentava di scappare dalla sala (trattenuta solo dall'aver pagato il biglietto) abbiamo avuto la conferma che la nostra pessima impressione non fosse solo nostra (per non parlare della reazione di Milly alla vista del suo amato Johnny ridotto a mantellina dalla nonna di Cappuccetto Rosso!).

Milly&Mark: In conclusione il film è stato una vera delusione. La buona trama è stata vanificata da una serie di ritornelli martellanti … noiosi ed estremamente ripetitivi cantati dai personaggi! Le uniche due note positive (se proprio ne vogliamo trovare) riguardano le ottime prestazioni canore dei personaggi (tutto in lingua originale e sottotitolato) e l’estrema semplicità dei testi, facilità che ha permesso a Mark di imparare qualche nuovo termine inglese oltre ai colori!

29 marzo 2015

Le sigle più belle delle serie tv, da Vikings a Trono di Spade


Una bella scorpacciata di sigle. Le più belle sigle delle serie tv attualmente in circolazione, per essere precisi. E chi lo dice? Beh, io. E il Ratto, per la sua natura sotterranea, conosce i segreti più reconditi del mondo delle serie tv. Quindi fidatevi.

E se per caso qualcuna delle serie tv che citerò vi è sfuggita, fareste meglio ad ovviare alla terribile ignoranza che ancora vi caratterizza. Nessuna offesa, ma se non avete visto Vikings, allora non siete nessuno. Tra le sigle più belle delle serie tv, di conseguenza, non poteva certo mancare quella che apre tutte le puntate della bella serie storica sugli “Uomini del Nord”. Eccola quindi, in tutto il suo evocativo splendore:


Non pensiate però che per scegliere io mi sia basato solo sui miei opinabili gusti, anche perché, alcune delle serie tv citate, non le ho nemmeno mai viste. Le sigle però devono poterci dire qualcosa senza esagerare, devono intrigarci senza svelare, devono dare quell’effetto vedo non vedo che ci conquista, ad esempio, in un trailer ben costruito o in abito succinto. Sempre di godimento estetico si tratta, no?

Ecco dunque le più belle sigle delle serie tv, partendo dal racconto delle abitudini quotidiane di Dexter trasformate in ambigui gesti omicidi, ai fin troppo espliciti doppi sensi di Master of Sex e alla sensualità della canzona di True Blood, fino alle marmoree sculture di Black Sails e alla profondità dei volti di Orange is the new Black. Ultima, ma non certo per importanza, la sigla di Trono di Spade, ormai eletta a classico.

Dexter

Master of Sex

Boardwalk Empire

Black Sails

Orange is the new black

True Detective

True Blood

Trono di Spade

26 marzo 2015

Diversità, follia e genialità: The imitation game


The imitation game si muove su diversi piani temporali e necessita di attenzione e costanza per essere apprezzato. Personalmente ho trovato il ritmo altalenante ma mai così discendente da risultare noioso; altri direbbero il contrario ma qui, almeno qui, la mia opinione è quella che conta di più. In primis, mi vorrei soffermare poche righe sul significato del titolo: premetto che, per spiegarlo con cura, ci vorrebbero pagine che, francamente, non ho tempo né voglia di scrivere.

Oltretutto, non è detto che io sia in grado di rendervi chiari i concetti che stanno alla base del Test di Turing, un “gioco” di riconoscimento che consentirebbe, attraverso uno scambio linguistico, di capire se il proprio interlocutore è una macchina oppure un uomo. Nessuna macchina, infatti, è in grado, ancora oggi, di pensare come un essere umano. Le macchine, anche le più sofisticate, imitano (termine che ritorna spesso) i processi mentali dell’uomo, ma non sono in grado di applicarne le infinite potenzialità. Anche se, secondo Alan Turing, ideatore della prova e matematico protagonista della pellicola, prima o poi le intelligenze artificiali diventeranno capaci di pensare come noi, ingannando il test.

Nel film, tuttavia, di test di Turing non si parla, anche se il complicato rapporto tra uomo e macchina è ben evidente: Lei, di Spike Jonze, aveva già trattato l’amore impossibile tra un essere umano e una controparte digitale; in The imitation game, invece, la macchina costruita da Turing per decifrare Enigma (il sistema di crittografia usato dai nazisti nella seconda guerra mondiale), chiamata Christopher,  è l’unico contraltare affettivo che il matematico riesce ad accettare; un surrogato di quel primo grande amore omosessuale del matematico, Christopher appunto, morto giovanissimo.


Una perdita che Turing rimuove, chiudendosi in un’apatia emotiva che lo rende incapace di rapportarsi con il prossimo. Genio e follia spesso si toccano, creando individui “diversi” per antonomasia. Oltre a riflettere sui rapporti tra uomo e intelligenza artificiale (di cui ho parlato anche a proposito di Automata, il nuovo film con Antonio Banderas), infatti, la pellicola descrive proprio il valore della “diversità”, oltre che mostrare la, a volte insuperabile, necessità di fingere, di nascondere la propria difformità dietro l’imitazione della normalità.

Alan Turing, infatti, oltre a essere sociopatico e del tutto incapace di empatia, è, come si era già intuito, pure omosessuale. Insomma, la quintessenza della diversità, nel 1940 come oggi. Ma, come sentiamo più volte dire nel film, «Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare». E così sarà: Turing, oggi riconosciuto come uno dei padri del moderno computer, riuscirà, nel corso del film, a scoprire il sistema per decrittare Enigma, permettendo agli Alleati di vincere la guerra.

Un modo anche inconsueto per descrivere la guerra che più di ogni altra ha cambiato il volto dell’Occidente, non attraverso l’eroismo dei combattenti ma grazie a quello sotterraneo di gente che oggi chiameremmo semplicemente nerd. Detto questo potremmo stare ore a parlare di un Inghilterra dove l’omosessualità era un reato. Ma non è su questo che mi voglio soffermare: infatti siamo tutti d’accordo che arrestare la gente perché omosessuale sia una cosa molto poco gentile da fare.

Vorrei invece dire due parole in più su un aspetto poco analizzato dalle recensioni di The imitation game che ho potuto leggere; nel film è estremamente interessante il momento immediatamente successivo alla definitiva decrittazione del codice nazista. Turing e la sua squadra sono in grado di conoscere in anticipo dove verranno sferrati gli attacchi sottomarini nell’Atlantico ma, immediatamente, sorge un’amara consapevolezza: nel momento in cui questa conoscenza verrà usata per anticipare gli attacchi, i tedeschi capiranno che il codice è stato svelato.

L’intelligenza sistemica del matematico gli permette  quindi di capire la necessità di sacrificare qualcuno per non far capire ai tedeschi che Enigma è stato decrittato. Non tutte le coordinate degli attacchi tedeschi alle navi americane nell’Atlantico potranno essere segnalate alla marina statunitense, non tutti i soldati potranno essere salvati. Per mettere fine al conflitto il prima possibile qualcuno dovrà per forza lasciarci le penne. Secondo i titoli di coda, tuttavia, grazie allo svelamento di Enigma, si sono risparmiati due anni di guerra, con i relativi caduti da ambo le parti.

17 marzo 2015

Tim Burton girerà Dumbo con attori in carne e ossa, la PETA già si lamenta


Sembra proprio che la PETA, la potente associazione animalista, in questi giorni non abbia molto da fare. Infatti, poche ore dopo l’annuncio secondo cui Tim Burton girerà un adattamento live action, ovvero con attori in carne e ossa, del classico Disney Dumbo, il gruppo ha fatto immediatamente sentire la sua voce.  In una lettera, l’associazione chiede al regista che il nuovo film abbia un finale “più etico” rispetto a quello dell’originale del 1941, magari prevedendo una vita libera fuori dal circo per il celebre elefantino.

Dalle indiscrezioni che stanno lentamente filtrando, sembra comunque che anche la stessa Disney voglia dare un taglio più moderno alla pellicola; quale sarà il risultato dello stravolgimento (perché così sicuramente sarà) operato da Tim Burton non possiamo però neppure immaginarlo. È anche vero che gli adattamenti recenti dei classici Disney finiti nella morsa dell’industria cinematografica, come Maleficentecco la nostra recensione! –, Alice in Wonderland, Cenerentola e presto pure Il Libro della Giungla, difficilmente tradiscono le aspettative! Speriamo che anche per Dumbo sia così.

Si tratta comunque ancora di voci di corridoio, per quanto la notizia sia abbastanza sicura. Tant’è che possiamo già dirvi che la sceneggiatura sarà affidata all’autore degli ultimi tre capitoli di Transformers, Ehren Kruger. Quindi, per quanto ne sappiamo, è anche possibile che tra Dumbo e Transformer si faccia una sorta di crossover, alla fine del quale si scoprirà che l’elefantino è un realtà un Desempticon mandato sulla terra per sterminarci tutti. Tanto, male che vada, ci penserà Optimus Prime a salvarci, sempre a cavallo di quel bel T-Rex meccanico.