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2 febbraio 2017

La ragazza nella nebbia di Carrisi sarà un film con Toni Servillo

Notiziona fresca fresca. Se siete amanti di Donato Carrisi, l'autore italiano di thriller più venduto al mondo, con oltre un milione di copie vendute solo in Italia, sarete felici di sapere che a marzo diventerà anche regista. Carrisi si sitemerà dietro la macchina da presa per girare la trasposizione cinematografica del suo La ragazza nella nebbia che vedrà come protagonisti niente popo di meno che Toni Servillo e Alessio Boni.

L'uscita è prevista per la prossima stagione e, nonostante non sia ancora stato girato, già stimola un grande interesse di pubblico e critica, anche a livello internazionale; ricordiamo che Carrisi viene tradotto in ben 24 paesi del mondo. Per quanto ridotte le informazioni per ora disponibili sono abbastanza nette: la trama rispecchierà a fondo quella del romanzo, ideato - come afferma lo stesso scrittore - già pensando a una possibile trasposizione su pellicola.

Per chi non avesse letto lo splendido romanzo, tutto ha inizio con il rapimento di una bambina in un paese di montagna per diventare poi un inquietante racconto sulla spettacolarizzazione del dolore e delle tragedie e sulla messa alla gogna mediatica del mostro, già dato per colpevole ancora prima del processo. Così, giusto per completezza, concludiamo linkando tutte le informazioni sul romanzo, così, magari, oltre che vedere solo film, ci scappa di leggere pure qualche libro. Se poi siete troppo pigri per leggere la sinossi, ecco il booktrailer su Youtube.


1 febbraio 2017

Assassin’s creed - il film, per me è no

I fan del celebre videogame attendevano questo film da molto; quando poi è uscito il trailer, sono andati in visibilio. Il protagonista è Michael Fassbender? Isteria collettiva. Infatti, nemmeno a farlo apposta, l’unica nota positiva del film è proprio lui; d’altra parte doveva recitare anche per Marion Cotillard che, praticamente, possiede una sola espressione.

Chi scrive ha passato diverse ore nei panni di Ezio e altrettante sulle navi di Black Flag e Rogue e non si capisce perché Assassin's Creed che, di per sé, ha una trama complessa e affascinante, debba essere reso ancora più complicato senza però tener conto di ciò che è stato nella saga videoludica.

È assolutamente corretto dare spazio anche a chi non ha mai giocato nei panni degli assassini, ma in questo caso era necessario fare una scelta più netta: o spieghi tutto a favore dei non appassionati, strizzando però ogni tanto l’occhio ai fan (citazioni, oggetti, frasi, situazioni, ecc.), oppure dai molto per scontato e spieghi ai non videogiocatori il giusto per rendere la trama godibile.

Qui invece abbiamo i primi delusi per la mancanza di coerenza con i videogame e per l’assenza di citazioni stuzzicanti e i secondi straniti da una trama confusa e mal strutturata, in cui le parti nel presente sono a tratti schizofreniche. 

Alcuni l’hanno definito il “miglior film tratto da un videogame” e forse hanno anche ragione, sebbene i contendenti siano poco più che pellicole di serie Z. Personalmente poi non ho molto apprezzato l’idea che gli Assassini siano “geneticamente portati alla violenza, all’omicidio e al caos” con un rispolvero di teorie dal sapore lombrosiano che fanno abbastanza accapponare la pelle. Chiunque, nella situazione in cui viene a trovarsi il Fassbender bambino, sarebbe potuto diventato un criminale. 

Ma veniamo alla trama e ai suoi buchi. Fassbender, omicida, muore per iniezione letale. Una mega società multinazionale, l’Asbergo, lo salva perché è il discendente diretto di un Assassino vissuto nel tardo 1400. Questa società possiede un macchinario, l’Animus, che è in grado di far rivivere a Fassbender i ricordi “genetici” del lontano parente, il tutto per riuscire a scoprire dove l’antenato ha nascosto un artefatto dall’incredibile potere. Sullo sfondo la  millenaria lotta tra i Templari, ancora oggi esistenti e sempre intenzionati a rendere schiava l’umanità, e la setta degli Assassini, difensori del valore del libero arbitrio, sebbene portato all’estremo. 

Questa in soldoni la trama. Aggiungiamo che ogni volta che Fassbender viene connesso all’Animus rischia di morire e che i Templari lottano contro il tempo per ritrovare l’artefatto; fin qui tutto ok, però perché allora gli unici ricordi che gli fanno rivivere, per intere giornate, sono fughe rocambolesche fra i tetti, omicidi spettacolari, ecc. Non era più sensato andare avanti veloce fino ai  momenti veramente utili alla ricerca dell’artefatto? 

La risposta è facile: il film è basato sulle scene d’azione e punta esclusivamente su quelle. Perfetto, ma se sacrifichi la sceneggiatura per la componente visuale e lo spettacolo, poi non ti lamentare se la gente che si aspetta qualcosina di più di un documentario sul parkour in costume storce il naso. Infine, e con questo concludo, mi trasponi sul grande schermo il “salto della fede” e mi tagli l’atterraggio?

26 giugno 2016

Tutti vogliono qualcosa: recensione di un inaspettato grande film


«Ci sono film che non chiedono il permesso, entrano, catturano lo spettatore e se ne vanno via, lasciando strascichi di ricordi, immagini, sentimenti e note che fanno sorridere, che fanno riflettere». Questa è la lapidaria ma eccezionalmente valida definizione che Telefilm-central dà di Tutti vogliono qualcosa (Everybody Wants Some!!), il nuovo film di Richard Linklater.

Ognuno dei personaggi di questo film corale, impalpabile documentario di un’intera generazione, desidera qualcosa e farà di tutto per ottenerla. Il tutto narrato in un flusso continuo di episodi, serate alcoliche e notti insonni, che si uniscono senza annoiare mai. La tragicommedia, l’umorismo di pirandelliana memoria, ossia quello che suscita una riflessione agrodolce, è sempre (o quasi) presente, nella continua e titanica lotta per la conquista, fra le altre cose, dell’altro sesso.

Animal House, altrettanto godibile pellicola corale (1978) sulla folle vita universitaria statunitense (argomento su cui sembrava che tutto fosse stato detto e raccontato in tutti i modi, con mille obiettivi e filtri differenti), nel finale, con quelle scritte che evidenziano il destino dei ragazzi, dava una soddisfazione allo spettatore che, banalmente, veniva a conoscenza del futuro.

Qui si entra e si esce talmente rapidamente dalle vite di questi campioni di baseball che l’unica cosa che rimane è la sensazione di aver partecipato a un momento grande e irripetibile. Quello che resta, infatti, sono solo le speranze e le aspettative che aleggiano nell’aria, senza concretizzarsi o essere smentite; nemmeno una partita ci viene concesso di vedere, per capire almeno se i ragazzi erano solo smargiassi o veri campioni. 

La pellicola è scandita da un timer che scorre, con giorni e ore, creando l’attesa di un grande evento che poi è, semplicemente, il primo allenamento domenicale, «facoltativo ma obbligatorio», prima delle amichevoli autunnali; un non-evento quindi, un momento in cui non accade nulla di importante, in cui non si decidono titolari e riserve, in cui le matricole non dimostrano, agli increduli veterani, le loro eccezionali abilità sportive. È un semplice allenamento, un evento tra i tanti nel flusso delle vite dei giovani.

18 maggio 2016

Zona d'ombra, un film coraggioso contro il football


Zona d'ombra - Una scomoda verità è un titolo troppo blando. Non rende il senso vero di un film coraggioso. Qui si parla di “Concussion” (questo il titolo originale), di “commozione cerebrale”. Per chi ama il football è un colpo al cuore. La spettacolarità dello sport sta proprio nelle corse, nei rapidi cambi di direzione, nei salti al limite dell’umano ma soprattutto nel pericolo che i ragazzoni vestiti come se andassero a un torneo medievale corrono ad ogni singola azione. Potenza bruta, uomo contro uomo, ancestrale scontro tra arieti, montoni, rinoceronti, cervi dai palchi imponenti, ecc. ecc. ecc.

Da una simile citazione naturalistica parte l’assunto base del film: non siamo stati creati per quel genere di scontri testa contro testa. Il nostro cervello, molle oggetto in una scatola chiusa, non può sopportare quei colpi ripetuti, quelle microlesioni che prendono il nome di CTE (encefalopatia cronica traumatica). Follia, aggressività, depressione, ecc. sono le conseguenze a lungo termine, disturbi di cui i giocatori professionisti di football sembrano soffrire.

Giocare a football, in soldoni, fa male. Tanto male. Ma è anche lo sport più amato e remunerativo d’America. Per The Event, il superbowl, la finale del campionato NFL, gli Stati Uniti si fermano. Come conciliare allora la sicurezza e la salute dei giocatori con le esigenze di guadagno di un mondo che dà lavoro a migliaia di persone? È un po’ lo stesso dilemma che sorge tra le esigenze ambientali o di salute degli operai di una fabbrica e la necessità di doverla tenere aperta, nonostante sia inquinante, per fare i modo che le persone possano continuare a lavorarci.

Questo amletico dubbio, tuttavia, per il dottor Bennet Omalu è semplice da risolvere. Lui deve denunciare, deve far sapere al mondo ciò che nemmeno i giocatori sanno: giocare a football fa impazzire. Il film si basa tutto su questo: la ferrea volontà del dottore, supportato da altri colleghi e osteggiato da molti altri, e i tentativi di insabbiamento della NFL. La vicenda prosegue per alcuni anni. Quando però la verità diventa talmente evidente da essere ovvia, la Lega riconoscerà il problema.

Quindi le ipotesi di Omalu si dimostrano esatte, di football si muore. Gli eventi narrati coprono gli anni dal 2002 al 2006 circa, quindi qualcosa è cambiato oggi? Il film dà una risposta che ci limiteremo a raccontare: il dottore, nella scena finale, dopo aver ricevuto un’offerta di lavoro eccezionale dal governo statunitense, si ferma davanti a un campetto dove due squadre si stanno allenando. Parte l’azione, un giocatore palla stretta in mano si lancia in corsa mentre un difensore si prepara ad affrontarlo. L’ultimo frame inquadra i due ragazzi un decimo di secondo prima dello scontro, testa contro testa.

14 luglio 2015

Un milione di modi per morire nel West, perla semisconosciuta di Seth MacFarlane


Nell’Arizona del 1882 c’è un uomo, Albert Stark, inetto e inadatto alla società della violenza e del sopruso, oltre che della morte continua e persistente. E' lui il protagonista di Un milione di modi per morire nel West, pastore capace di risolvere i duelli solo a chiacchiere che, oltre a odiare con tutto se stesso il mondo in cui vive, viene persino lasciato dalla fidanzata per un uomo più ricco e dai baffi curatissimi, “accessorio facciale” più volte messo in risalto nel film; quello dei baffi, oltretutto, è solo uno dei mille luoghi comuni dei film western che Seth MacFarlane si diverte a dissacrare

dalla fiera in cui si muore con una facilità disarmante e persino assurda in cui un ciarlatano vende elisir miracolosi e un altro propone un tiro a segno in cui bisogna sparare agli schiavi neri che scappano, alle risse da saloon in cui Albert e il suo amico Edward fingono di picchiarsi pur di non essere messi in mezzo, agli indiani che sono solo “egoisti” visto che il paese sta venendo diviso a metà, alla moda femminile del tempo derisa senza pietà, alla colonna sonora in perfetto stile western e alle riprese delle distese rocciose e delle praterie sconfinate. 

Come negli altri film del buon Seth (autore de I Griffin) non manca nemmeno l’abuso di droghe per le quali Albert ha una sensibilità eccessiva, tale che quando le assume, oltre a pensare che i cani della prateria gli leggano nel pensiero, subisce visioni rivelatrici in stile Dalì. 

Inutile dire che il divertimento non manca, grazie a un continuo spiazzamento delle attese, dai salti nella contemporaneità (Albert discute con l’amico del fatto che i ragazzini si rimbambiscano a giocare solo con il cerchio e il bastone, che questo divertimento gli affosserebbe la fantasia … un po’ come i videogame oggi …)  e nella citazione più evidente (in un capannone illuminato Albert trova Doc di Ritorno al Futuro armeggiare con la Delorian e alla fine persino Django fa un cameo, uccidendo il proprietario del tiro a segno razzista), alla volgarità talmente smaccata e programmatica da non mostrarsi come tale. 

Basti dire che l’amico Edward è promesso a una prostituta che non vuole fare sesso con lui perché desidera attendere la prima notte di nozze, salvo poi esporgli tranquillamente i dettagli dei suoi incontri di lavoro.

Un milione di modi per morire nel West, tuttavia, non è una semplice parodia del genere. È ben costruito e assolutamente coerente nella sua trama, grazie anche alla sorprendentemente simpatica Charlize Theron e a un Liam Neeson già visto con piacere in un cameo spettacolare in Ted 2. Per quanto scontata nel suo lieto fine, però, il tutto risulta estremamente godibile e spassoso, ricordandoci i migliori lavori di Mel Brooks, maestro e mentore di Seth.

27 giugno 2015

Jurassic World, dinosauri senza emozione


Difficile dire cosa non mi abbia convinto in Jurassic World. L’azione c’è. L’ironia, fatta dagli stessi personaggi sugli aspetti più scontati della trama, pure. La suspance, insomma. Quelli che incontrano l’Indominus Rex, poco ma sicuro, ci rimangono, visto che fin da subito è chiaro che il nostro giurassico amico uccide per puro divertimento. La trama ha dei tratti originali (l’addestramento dei Velociraptor per scopi bellici, ad esempio), sebbene lo schema vincente “dinosauro cattivo-umani che scappano” non permetta grosse divagazioni. A correggere le manchevolezze di una sceneggiatura talvolta troppo elementare concorrono comunque le buone scelte di casting, con l’accoppiata Bryce Howard / Chris Pratt (il maschio alfa) che va alla grande.

Volendo fare a tutti i costi le persone d’alta cultura potremmo addirittura vedere in Jurassic World una sorta di peccato di hybris, ossia “la superbia degli uomini che sfidano le leggi divine”: l’uomo, nuovo demiurgo, forma la natura per necessità di marketing, creando un abominevole ibrido geneticamente modificato che in sé somma tutte le più terribili caratteristiche omicide del predatore, compresa l’intelligenza e la capacità (o mmmmmio Dio) di mimetizzarsi come un camaleonte e di rendersi invisibile agli infrarossi. Insomma una moderna macchina da guerra.  

Ovviamente, queste straordinarie capacità, sconosciute agli scienziati (molto cortese farle scoprire ai soldati mandati per uccidere la nuova specie … ), sono frutto degli innesti di DNA di camaleonti, rane, salamandre, serpenti, ecc. necessari per completare la sequenza genetica, esattamente come era successo nel primo film.  Nella prima pellicola, infatti, i dinosauri, creati tutti femmine, riuscivano a sorpresa a riprodursi in autonomia grazie ai geni di una particolare rana in grado di mutare sesso. Come al solito, insomma, non impariamo mai dai nostri errori.

In ogni caso, saranno poi le specie “naturali”, ossia quelle realmente esistite, a coalizzarsi nell’epilogo per eliminare l’obbrobrio assassino. Ecco un altro punto interessante: uno scontro tra il “naturale” e l’artificiale, tra i lucertoloni realmente esistiti e quello creato, nato e cresciuto in laboratorio. Veramente epica la lotta finale tra l’Indominus e il Tirannosauro che vede la vittoria  dell’unico vero Rex, fino a quel momento quasi assente, che si conquisterà anche la scena finale, con l’ormai classico ruggito dalla collina.  

Avvincente anche l’eterna competizione per il ruolo di maschio alfa per il controllo del branco dei Raptor; una dinamica che si ritrova persino nella scena del Mosasauro che si pappa lo squalo bianco: un vecchio predatore che annichilisce quello che dovrebbe essere il maschio alfa dei mari odierni. A parte tutto questo, tuttavia, al film manca qualcosa. Mancano i dinosauri fine a se stessi, manca l’emozione (quella del bambino non è all’altezza, è troppo scontata) di chi vede i dinosauri per la prima volta.



È un film d’azione, come il terzo capitolo della serie di Jurassic Park, nulla di più. Vedendo la scena dell’incontro dei paleontologi con il brachiosauro (e l’abile mano di Spielberg alla regia) o quella del Triceratopo malato nel primo film della serie, mi vengono ancora i brividi. Forse, però, nel 1993, gli effetti speciali che facevano rivivere i dinosauri sullo schermo potevano ancora dare queste emozioni, oggi, che al digitale e alle sue finzioni siamo assuefatti, tutto questo non è più possibile.


24 giugno 2015

Jupiter Ascending: i Wachowski fanno flop?


La critica lo ha stroncato, il pubblico ha lanciato le bibite contro lo schermo e i bambini hanno pianto. Eppure a noi è piaciuto. Il critico cinematografico del “Guardian” Mark Kermode lo ha definito “assolutamente nonsense”. Eppure a noi è piaciuto. Se Jupiter Ascending è un “nonsense”, allora lo è anche Matrix. Alzi la mano chi, alla fine del terzo film della trilogia di Neo, ha avuto la sensazione di aver compreso perfettamente tutto quello che c’era da capire. Se avete alzato la mano, tiratela giù perché tanto state mentendo.

In entrambe queste pellicole, infatti, è proprio l’esorbitanza dell’universo creato, l’immensità dell’affresco a lasciare esterrefatti pubblico e critica. Insomma, risulterà sempre un nonsense a chi non si concentra per comprendere le dinamiche politico-economiche-sociali che stanno alla base della trama più spicciola, a cogliere gli elementi descrittivi di un universo estremamente complesso:

c’è Horus, il vero pianeta di origine della razza umana, soffocato dalla sovrappopolazione e dalla burocrazia, i cui ingranaggi si oliano, persino nella fantascienza, con le mazzette; c’è Giove, trasformato in fornace industriale (molto simile al Mustafar di Star Wars); c’è la Terra, ridotta a uno dei tanti “allevamenti” per ricavare l’elisir dell’eterna giovinezza; un universo in cui il crudele Balem è spinto, come ci racconta in un lungo monologo, dal profitto e dal soddisfacimento delle leggi di mercato.

Dietro tutto questo c’è sempre lo zampino dei fratelli Wachowski (questa volta violentemente critici con il capitalismo più sfrenato, quello che per creare un misero flacone di elisir d’immortalità miete cento vite) che proprio dal loro più grande successo raccolgono a piene mani: al centro dell’immaginario catastrofico dei due registi-sceneggiatori c’è sempre la coltivazione (e la mietitura) della razza umana; gli uomini, da predatori di risorse planetarie (come in tantissima fantascienza), sono ancora una volta risorse essi stessi, prede di altri crudeli coltivatori.

Antichissime famiglie spaziali inseminano con i propri geni pianeti disponibili alla vita (sulla terra hanno anche fatto estinguere i dinosauri) e quando la popolazione raggiunge un numero congruo viene mietuta per ottenere una sostanza luminescente blu che permette di vivere in eterno. I diritti di mietere questo raccolto di vite umane nei diversi pianeti sono dei tre rampolli della famiglia Abrasax, entrati in possesso dei vari mondi dopo l’assassinio della madre (indovinate chi ha fatto in modo di liberarsi della vecchia mammina?).  

Detto questo, la trama (quella spicciola) è indubbiamente banale e scontata, per quanto l’azione sia ben costruita e sempre dinamica; forse però, proprio il fatto che lo spettatore non debba focalizzarsi sul succedersi degli eventi, dovrebbe spingerlo a concentrarsi sui dettagli utili a ricostruire il mondo in cui l’azione si svolge.

Caine, un misterioso e sensuale ibrido uomo-lupo (Channing Tatum), inizialmente assoldato per trovarla, è poi sempre e comunque pronto a combattere per salvare la bella donzella in pericolo Jupiter (Mila Kunis); la ragazza è l’insospettabile reincarnazione genetica (e quindi ereditiera ufficiale), nata sulla terra, della madre dei tre rampolli di nobile lignaggio che già si stavano godendo l’eredità ed erano pronti a mietere il loro sanguinoso raccolto. Quindi, essenzialmente, il bieco motivo di tanti sforzi profusi per l’uccisione dell’affascinante Jupiter riguarda mere questioni ereditarie.

Non c’è tuttavia da preoccuparsi, il bel principe azzurro sul suo bel cavallo bianco arriverà sempre in soccorso, con i suoi rollerblade a inversione di gravità, della fanciulla in caduta libera; tranne quando lei, tutta da sola, riesce a prendere a sprangate il cattivo. Dal punto di vista della trama, evidentemente, c’è stato un salto indietro di 20 anni. Persino la Disney, ormai, ha ceduto al girl power (The Brave, Frozen, ecc.), alla fanciulla che si salva da sola, che degli uomini, in realtà, non ha neppure troppo bisogno.

Potremmo però dire anche la stessa cosa di Avatar: la trama è niente di più che quella di Pocahontas, eppure ha raggiunto incassi nell’ordine dei miliardi di dollari. Il fascino dell’universo di Avatar, però, stava nella sua evidenza immaginifica, nella sua facilità di fruizione: strani animali, foreste intricate luminescenti, crudeli società predatrici di risorse (ancora l’uomo arraffone, oltretutto), ecc. Insomma, nulla per capire il quale servisse spremersi le meningi.

Bravo il premio Oscar Eddie Redmayne nella parte di Balem, il patologico (e con un rapporto con la madre parecchio ambiguo) primogenito di casa Abrasax; Mila Kunis fa quello che deve con quei begli occhioni profondi e lo sguardo da pesce arrapato quando guarda l’uomo-lupo, con il quale ci prova spudoratamente ma lui, per assurde motivazioni di “ceto sociale”, la ignora; Channing Tatum, oltre a frustrare il desiderio sessuale di Jupiter (salvo alla fine), essenzialmente spara, dinamico e travolgente come sempre.
  

19 giugno 2015

Bad Boys 3 si farà, ma Will Smith è d’accordo?


Sembra che la Sony Pictures abbia finalmente deciso di mettere il grano per Bad Boys 3. Anche perché, per riportare Will Smith nei panni di Mike Lowerey, ce ne vorranno proprio tanti. Poco ma sicuro, in ogni caso, non sarà un investimento a fondo perduto.

In realtà, Will Smith e Jerry Bruckheimer, il produttore dei primi due episodi, avevano già espresso il loro interesse, all’appello mancava invece il buon Martin Lawrence che, tuttavia, durante un’intervista, ha ammesso ufficialmente di voler portare a termine il progetto. Pare che una sceneggiatura scritta da David Guggenheim ci sia già, non si sa invece ancora se Michael Bay accetterà la regia. Noi però un po’ ci speriamo.

E invece, voci di corridoio alla mano, pare proprio che Joe Carnahan sia stato ingaggiato non solo per riscrivere la vecchia sceneggiatura di Guggenheim, ma anche per prendere in mano l’intera baracca, occupandosi anche della regia. La Sony spinge, è impaziente, vorrebbe che Bad Boys 3 fosse il prossimo film di Will Smith, una volta concluse le riprese di Suicide Squad, nuovo film dell’universo DC Comics previsto per il 2016 (già, Will Smith impersonerà Deadshot … insieme a Jared Leto/Joker, Cara Delevingne/Incantatrice, Jai Courtney/ Capitan Boomerang, ecc…).

Il primo e il secondo furono due grandi successi, con quell’humor indifferente anche alle situazioni di massimo pericolo, gli inseguimenti, le sparatorie e tutto il circondario; non per niente era uno dei film che più ho amato nella mia infanzia. Ancora oggi, quando lo trasmettono in tv, non posso fare che altro che guardarlo e poi, per qualche giorno, non smetto mai di canticchiare Bad boys, bad boys watcha gonna do, whatcha gonna do when they come for you?

 

Idem come sopra per il sequel...




18 giugno 2015

Humandroid: anche il titanio può essere mortale


Finalmente il Ratto è tornato nel suo Antro. Un ritorno dopo una lunga assenza meriterebbe di essere adeguatamente festeggiato. Tuttavia mi limiterò a dire che non è stata la disaffezione al mio tugurio digitale a farmi stare lontano dalla tastiera del pc, ma impegni fin troppo concreti che l’odioso mondo reale non mi consente di evitare. Detto questo, credo che da questo momento io possa promettere a miei risicati lettori una presenza più costante del solito. Arriva l’estate e le occasioni di scrittura certo non mancheranno.

Un lettore, qualche tempo fa, in un commento, mi chiese un parere su Humandroid. Deludere le aspettative non fa parte della mia natura, quindi, seppure con grande ritardo mi soffermerò su questa pellicola così gravida di interessanti riflessioni. Anche se la trama avreste potuto leggerla ovunque vi allego la sintesi di Mymovies, così partiamo da un minimo di base comune. Altrimenti guardatevi il film e poi tornate a godervi il prosieguo della recensione.

«Johannesburg è assediata da bande criminali. Per fare fronte al numero di aggressioni, omicidi, regolamenti di conti e rapine a mano armata che sconvolgono la città, le autorità di polizia 'ingaggiano' una brigata di robot umanoidi costruiti dalla società Tetravaal e ideati da Deon, giovane ingegnere indiano che da tempo lavora sull'intelligenza artificiale. Il sogno di Deon di dotare le sue creature di una coscienza è osteggiato da Michelle Bradley, presidente dell'impresa interessata soltanto al profitto e da Vincent Moore, ex militare esaltato e ostile che vorrebbe boicottare i robot a favore di una macchina da guerra manovrabile dall'uomo. A complicare il progetto di Deon interviene poi un gruppo di gangster naïf decisi ad adottare e ad addestrare Chappie, l'umanoide intelligente e perfezionato che deve imparare a vivere come un bambino».

Fin dall’inizio, cioè durante le sequenze iniziali di inquadramento del contesto, Humandroid vi riporterà alla mente le strategie registiche di District 9, pensate per creare un’atmosfera da documentario, per creare la sensazione che quello che si sta per narrare possa effettivamente accadere. District 9 è spettacolare, Elysium, la seconda opera di Neill Blomkamp, lo segue a ruota benché staccato di qualche lunghezza.

Il terzo lavoro dello sceneggiatore, tuttavia, non soddisfa in pieno; l’azione, per quanto ben costruita e godibile nella sua maschia violenza, non ha nulla di originale. Sullo stimolo alla riflessione, invece, nulla da eccepire, peccato che l’action, accumulando anche cliché del genere, tenda a mettere la riflessione sull’intelligenza artificiale in secondo piano, a relegarla a poche, significative ma rapide battute.

In Automata, film che non mi stancherò mai di pubblicizzare, in un mondo in cui l’Uomo ha perso se stesso e non ha più nulla da dire, è l’intelligenza artificiale a esprimere la vera essenza dell’umano; ossia il valore della solidarietà e del mutuo soccorso, la capacità di superare le avversità, di combattere per un futuro migliore. In Humandroid il legame tra uomini e macchine è dato dal comune stato di mortalità, la condizione che persino gli dei olimpi invidiavano al genere umano.

Particolarmente commovente quando l’androide Chappie, ancora inesperto, prende coscienza di sé e della sua condizione mortale: la batteria, fusa alla scocca e non più sostituibile, si esaurirà entro cinque giorni. Il colpo di genio sta proprio qui. Il robot è mortale, finito, è, come tutti noi, a tempo. Questo gli farà vivere tutto con l’intensità di chi sa che un secondo passato, semplicemente, non tornerà. Cosa c’è di più umano di questo?


Chappie, il primo androide dotato di coscienza, ha la curiosità e l’innocenza di un bambino, farà esperienza di buoni e cattivi modelli, dell’affetto materno, della violenza e dell’odio, della rabbia e del desiderio di vendetta, dell’amicizia e della riconoscenza, della vita e della morte. Alla fine, esattamente come avrebbe fatto ognuno di noi, tira fuori il suo istinto di autoconservazione, combatte e, grazie al suo ingegno, riesce a trasferirsi in un nuovo corpo di titanio, questa volta destinato all’immortalità.

Non solo. La tecnologia che gli permetterà di salvarsi è la stessa che verrà utilizzata per trasferire la coscienza di Deon, il suo creatore, da un corpo mortalmente ferito a un nuovo involucro robotico. Lo stesso potrà fare con la “madre adottiva” la cui essenza è rimasta fortunosamente salvata su una chiavetta USB. Anche per gli uomini in carne e ossa l’immortalità è garantita.

14 aprile 2015

Perché il Settimo Figlio non è rimasto a casa sua?


Vedere un grande film è bello e parlarne bene è ancora meglio. Questa overture così piena di poesia, tuttavia, non è fine a se stessa ma contiene i germi di un’altra rivelazione di profonda verità: recensire una pellicola brutta è ancora più piacevole. Esprimere un’opinione assolutamente non richiesta e carica d’odio, è una di quelle cose che rende la vita degna di essere vissuta; un po’ come le ferie pagate.

Come avrete intuito non solo il film non mi è piaciuto, ma l’ho proprio disprezzato: una delle più goffe rappresentazioni di quell’oscuro e misterioso medioevo che ancora tanto affascina scrittori, registi e affini. Un “medioevo fantastico” (non quello di Baltrušaitis, ovviamente) in cui si muovono (recitano sarebbe un verbo troppo pretenzioso) una strega malvagia e un belloccione inesperto che scopre la sua vera natura di eroe e mago praticamente da nulla e il cui unico merito è quello di essere il settimo figlio di un settimo figlio. 

A questi si aggiungono un maestro ironico e insopportabile, un’altra gnocca fattucchiera e una storia d’amore che più scontata di così si muore, il tutto condito da un bel po’ di effetti speciali; forse l’unico elemento valido in tutto questo costoso carrozzone.

Che dire poi della presenza di John Snow, specchietto per le allodole utile giusto ad attirare i fan di Trono di Spade al cinema? Da dire, in realtà, c’è ben poco: pronti via e il buon John crepa bruciato. Speriamo che almeno si sia goduto il copioso cachet percepito. La trama, in questo caso giova ripetersi, è labile e scontata: nessuno dei personaggi, tranne forse il leggermente spassoso maestro Gregory, riesce a mostrare la ben che minima traccia di personalità, a partire proprio dalla crudele antagonista.

L’obiettivo di Julianne Moore è, tanto per cambiare, il male per il gusto del male o al massimo la sete di potere: una scelta psicologica raffinata come Calderoli e piuttosto lontana da qualunque desiderio di originalità. La storia parte da un solido romanzo fantasy e di formazione, vecchio stile ma comunque apprezzabile, rimaneggiato con mano da boscaiolo sadico. Nullificato il percorso formativo (il ragazzino nel libro ha 12 anni e, al termine dell’avventura contro Madre Malkin, riprende giustamente il suo apprendistato), il film tende ad aderire al modello Romeo&Giulietta, con l’amore contrastato tra la “famiglia” delle streghe e quella dei cacciatori di fattucchiere.

Insomma, rispetto al libro (che comunque resta un romanzo per ragazzi) tutto viene banalizzato, semplificato, ridotto ad avventura con tante spade, qualche drago e un lungo elenco di stravaganti supporter della cinica strega, ovviamente in precedenza fiamma di maestro Gregory. Una pellicola che, volontariamente, punta al film di consumo, quando invece avrebbe tutte le carte in regola per spaccare i culi. «Tu ti aspetti troppo da un film senza pretese», potrebbe obiettare qualcuno. E avrebbe ragione.


Diciamo che guardando il Settimo Figlio ho provato la stessa sensazione che mi suscitò la visione di un’altra becera bestialità pseudo fantasy (parlo dell’adattamento cinematografico, non del libro), Eragon, di cui, giustamente, nessuno ha mai voluto produrre un seguito. Soprattutto dopo aver doppiato il drago con una voce che incita alla zoofilia.

7 aprile 2015

Into the Woods, la recensione in coppia di Mark&Milly


Mark: Prevedibile come la corruzione in parlamento ... giovedì 2 Aprile Milly mi ha trascinato a vedere sul grande schermo il nuovo “capolavoro” del suo attore preferito … Into the Woods con Johnny!

Milly: A mia discolpa posso dire che il trailer è assolutamente ingannevole! … Basta! Non mi fiderò mai più!

Mark : Onestamente non credevo fosse necessario vedere il trailer ... pensavo, forse troppo ingenuamente, che fosse il solito minestrone sulle favole dei fratelli Grimm rivisitate.

Milly: Partiamo con il dire che il cast di questo film è stellare: troviamo infatti, oltre a Johnny Depp, Maryl Streep, Christine Baranski (la Diane di “the Good Wife”), Anna Kendrik … e proseguo dicendo che non si fanno infiltrare attori del calibro di Johnny Depp solo per rendere il film più appetibile agli spettatori!!

Mark: scatti d’ira di Milly a parte, l’idea alla base della trama del film non è male … gli sceneggiatori hanno deciso di utilizzare alcune favole tra le più famose, inserendole in una macrostoria che le contiene tutte: c’era una volta in un paese molto lontano un fornaio e la sua bella mogliettina che non potevano avere figli a causa si una maledizione lanciata sulla loro famiglia. Il fornaio (il cui nome non viene mai menzionato) dovrà ritrovare alcuni oggetti nel bosco (da qui il titolo del film … e fidatevi che non riuscirete a dimenticarlo! … poi capirete il perché) per liberarsi da questo incantesimo.

Milly: Gli oggetti che il fornaio e la moglie dovranno recuperare su indicazione della strega (interpretata egregiamente da Maryl Streep) appartengono ad alcuni personaggi delle favole (Cappuccetto Rosso, Raperonzolo, Jack e il fagiolo magico e Cenerentola). Benissimo … e fin qui le premesse non sarebbero del tutto malvagie …

Mark: Il film potrebbe essere anche carino … non fosse che in nessuna presentazione viene specificato che si tratta di un musical!! … Ma che dico di un musical! Si tratta di una tortura che vi accompagnerà fino all'ultimo minuto del film … sì perché anche nei musical almeno ogni tanto parlano!!!! Basti pensare che il titolo, Into the Woods, viene ripetuto all'interno dei motivetto dalle 5000 alle 8000 volte (restando scarsi)!!!


Milly: di certo se guardate solo il trailer noterete che non viene mai presentata nessuna parte cantata ma solo quelle recitate (probabilmente le uniche!). Dall'inizio del film, per ogni situazione e per ogni avvenimento viene intonato un motivetto che vi martellerà il cervello per i 10 minuti successivi, senza aggiungere nulla alla storia! …

Mark: A metà film, alla riaccensione delle luci in sala, abbiamo dato un’occhiata ai nostri compagni di avventura presenti in sala e alle loro condizioni fisiche e mentali. Tra ragazze che dormivano, ragazzi che guardavano gli aggiornamenti di Facebook e gente che tentava di scappare dalla sala (trattenuta solo dall'aver pagato il biglietto) abbiamo avuto la conferma che la nostra pessima impressione non fosse solo nostra (per non parlare della reazione di Milly alla vista del suo amato Johnny ridotto a mantellina dalla nonna di Cappuccetto Rosso!).

Milly&Mark: In conclusione il film è stato una vera delusione. La buona trama è stata vanificata da una serie di ritornelli martellanti … noiosi ed estremamente ripetitivi cantati dai personaggi! Le uniche due note positive (se proprio ne vogliamo trovare) riguardano le ottime prestazioni canore dei personaggi (tutto in lingua originale e sottotitolato) e l’estrema semplicità dei testi, facilità che ha permesso a Mark di imparare qualche nuovo termine inglese oltre ai colori!

29 marzo 2015

Le sigle più belle delle serie tv, da Vikings a Trono di Spade


Una bella scorpacciata di sigle. Le più belle sigle delle serie tv attualmente in circolazione, per essere precisi. E chi lo dice? Beh, io. E il Ratto, per la sua natura sotterranea, conosce i segreti più reconditi del mondo delle serie tv. Quindi fidatevi.

E se per caso qualcuna delle serie tv che citerò vi è sfuggita, fareste meglio ad ovviare alla terribile ignoranza che ancora vi caratterizza. Nessuna offesa, ma se non avete visto Vikings, allora non siete nessuno. Tra le sigle più belle delle serie tv, di conseguenza, non poteva certo mancare quella che apre tutte le puntate della bella serie storica sugli “Uomini del Nord”. Eccola quindi, in tutto il suo evocativo splendore:


Non pensiate però che per scegliere io mi sia basato solo sui miei opinabili gusti, anche perché, alcune delle serie tv citate, non le ho nemmeno mai viste. Le sigle però devono poterci dire qualcosa senza esagerare, devono intrigarci senza svelare, devono dare quell’effetto vedo non vedo che ci conquista, ad esempio, in un trailer ben costruito o in abito succinto. Sempre di godimento estetico si tratta, no?

Ecco dunque le più belle sigle delle serie tv, partendo dal racconto delle abitudini quotidiane di Dexter trasformate in ambigui gesti omicidi, ai fin troppo espliciti doppi sensi di Master of Sex e alla sensualità della canzona di True Blood, fino alle marmoree sculture di Black Sails e alla profondità dei volti di Orange is the new Black. Ultima, ma non certo per importanza, la sigla di Trono di Spade, ormai eletta a classico.

Dexter

Master of Sex

Boardwalk Empire

Black Sails

Orange is the new black

True Detective

True Blood

Trono di Spade

26 marzo 2015

Diversità, follia e genialità: The imitation game


The imitation game si muove su diversi piani temporali e necessita di attenzione e costanza per essere apprezzato. Personalmente ho trovato il ritmo altalenante ma mai così discendente da risultare noioso; altri direbbero il contrario ma qui, almeno qui, la mia opinione è quella che conta di più. In primis, mi vorrei soffermare poche righe sul significato del titolo: premetto che, per spiegarlo con cura, ci vorrebbero pagine che, francamente, non ho tempo né voglia di scrivere.

Oltretutto, non è detto che io sia in grado di rendervi chiari i concetti che stanno alla base del Test di Turing, un “gioco” di riconoscimento che consentirebbe, attraverso uno scambio linguistico, di capire se il proprio interlocutore è una macchina oppure un uomo. Nessuna macchina, infatti, è in grado, ancora oggi, di pensare come un essere umano. Le macchine, anche le più sofisticate, imitano (termine che ritorna spesso) i processi mentali dell’uomo, ma non sono in grado di applicarne le infinite potenzialità. Anche se, secondo Alan Turing, ideatore della prova e matematico protagonista della pellicola, prima o poi le intelligenze artificiali diventeranno capaci di pensare come noi, ingannando il test.

Nel film, tuttavia, di test di Turing non si parla, anche se il complicato rapporto tra uomo e macchina è ben evidente: Lei, di Spike Jonze, aveva già trattato l’amore impossibile tra un essere umano e una controparte digitale; in The imitation game, invece, la macchina costruita da Turing per decifrare Enigma (il sistema di crittografia usato dai nazisti nella seconda guerra mondiale), chiamata Christopher,  è l’unico contraltare affettivo che il matematico riesce ad accettare; un surrogato di quel primo grande amore omosessuale del matematico, Christopher appunto, morto giovanissimo.


Una perdita che Turing rimuove, chiudendosi in un’apatia emotiva che lo rende incapace di rapportarsi con il prossimo. Genio e follia spesso si toccano, creando individui “diversi” per antonomasia. Oltre a riflettere sui rapporti tra uomo e intelligenza artificiale (di cui ho parlato anche a proposito di Automata, il nuovo film con Antonio Banderas), infatti, la pellicola descrive proprio il valore della “diversità”, oltre che mostrare la, a volte insuperabile, necessità di fingere, di nascondere la propria difformità dietro l’imitazione della normalità.

Alan Turing, infatti, oltre a essere sociopatico e del tutto incapace di empatia, è, come si era già intuito, pure omosessuale. Insomma, la quintessenza della diversità, nel 1940 come oggi. Ma, come sentiamo più volte dire nel film, «Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare». E così sarà: Turing, oggi riconosciuto come uno dei padri del moderno computer, riuscirà, nel corso del film, a scoprire il sistema per decrittare Enigma, permettendo agli Alleati di vincere la guerra.

Un modo anche inconsueto per descrivere la guerra che più di ogni altra ha cambiato il volto dell’Occidente, non attraverso l’eroismo dei combattenti ma grazie a quello sotterraneo di gente che oggi chiameremmo semplicemente nerd. Detto questo potremmo stare ore a parlare di un Inghilterra dove l’omosessualità era un reato. Ma non è su questo che mi voglio soffermare: infatti siamo tutti d’accordo che arrestare la gente perché omosessuale sia una cosa molto poco gentile da fare.

Vorrei invece dire due parole in più su un aspetto poco analizzato dalle recensioni di The imitation game che ho potuto leggere; nel film è estremamente interessante il momento immediatamente successivo alla definitiva decrittazione del codice nazista. Turing e la sua squadra sono in grado di conoscere in anticipo dove verranno sferrati gli attacchi sottomarini nell’Atlantico ma, immediatamente, sorge un’amara consapevolezza: nel momento in cui questa conoscenza verrà usata per anticipare gli attacchi, i tedeschi capiranno che il codice è stato svelato.

L’intelligenza sistemica del matematico gli permette  quindi di capire la necessità di sacrificare qualcuno per non far capire ai tedeschi che Enigma è stato decrittato. Non tutte le coordinate degli attacchi tedeschi alle navi americane nell’Atlantico potranno essere segnalate alla marina statunitense, non tutti i soldati potranno essere salvati. Per mettere fine al conflitto il prima possibile qualcuno dovrà per forza lasciarci le penne. Secondo i titoli di coda, tuttavia, grazie allo svelamento di Enigma, si sono risparmiati due anni di guerra, con i relativi caduti da ambo le parti.

17 marzo 2015

Tim Burton girerà Dumbo con attori in carne e ossa, la PETA già si lamenta


Sembra proprio che la PETA, la potente associazione animalista, in questi giorni non abbia molto da fare. Infatti, poche ore dopo l’annuncio secondo cui Tim Burton girerà un adattamento live action, ovvero con attori in carne e ossa, del classico Disney Dumbo, il gruppo ha fatto immediatamente sentire la sua voce.  In una lettera, l’associazione chiede al regista che il nuovo film abbia un finale “più etico” rispetto a quello dell’originale del 1941, magari prevedendo una vita libera fuori dal circo per il celebre elefantino.

Dalle indiscrezioni che stanno lentamente filtrando, sembra comunque che anche la stessa Disney voglia dare un taglio più moderno alla pellicola; quale sarà il risultato dello stravolgimento (perché così sicuramente sarà) operato da Tim Burton non possiamo però neppure immaginarlo. È anche vero che gli adattamenti recenti dei classici Disney finiti nella morsa dell’industria cinematografica, come Maleficentecco la nostra recensione! –, Alice in Wonderland, Cenerentola e presto pure Il Libro della Giungla, difficilmente tradiscono le aspettative! Speriamo che anche per Dumbo sia così.

Si tratta comunque ancora di voci di corridoio, per quanto la notizia sia abbastanza sicura. Tant’è che possiamo già dirvi che la sceneggiatura sarà affidata all’autore degli ultimi tre capitoli di Transformers, Ehren Kruger. Quindi, per quanto ne sappiamo, è anche possibile che tra Dumbo e Transformer si faccia una sorta di crossover, alla fine del quale si scoprirà che l’elefantino è un realtà un Desempticon mandato sulla terra per sterminarci tutti. Tanto, male che vada, ci penserà Optimus Prime a salvarci, sempre a cavallo di quel bel T-Rex meccanico.


16 marzo 2015

Automata e il ritorno di Banderas, dalle galline agli automi


Finalmente Antonio Banderas ha smesso di parlare con le galline. Dopo aver abbandonato Rosita, il bel Mulino Bianco e le brioche immerse nella Nutella, in Automata il nostro mugnaio si trova gettato in metropoli claustrofobiche, uggiose ed eternamente coperte da una fitta e artificiale coltre di nuvole; il tutto per proteggere l’umanità sopravvissuta alla catastrofe dalle radiazioni solari.

Anche se i cliché della fantascienza post apocalittica ci sono tutti, dalla caccia all’androide “difettoso” alle irremovibili leggi di Asimov in versione sintetica, il film raggiunge qualche interessante tocco di originalità: il protagonista, Jacq Vaucan, agente assicurativo per la Roc Robotics Corporation, ad esempio, è combattuto tra la ricerca della verità, tra la risoluzione del caso che lo ossessiona e la famiglia, la figlia che gli sta per nascere.

L’ambientazione è quella della città fortificata, difesa da alte mura, utili a tenere il mondo civilizzato della megalopoli separato dalle baraccopoli del ghetto e dal deserto che avanza, una distesa senza vita, radioattiva e fatale. I robot sono ormai una realtà quotidiana e, costruiti con la speranza di bonificare le aree avvelenate, falliranno, riducendosi a semplici operai, disprezzati dai loro padroni umani.

Tutti gli automi devono rispettare due direttive immodificabili: non  fare del male agli esseri umani e non modificare se stessi. Anche se alla base del secondo dogma sembra esserci una ragione molto prosastica (se i robot potessero ripararsi da soli, la società che li produce perderebbe miliardi), si scoprirà come il fatto di modificarsi implichi per la macchina (come per l’uomo) la possibilità anche di migliorarsi e quindi di evolvere, sopraffacendo, potenzialmente, l’ormai apatica razza umana.


È proprio la scoperta di un robot in grado di modificarsi autonomamente, la molla che dà l’avvio alla storia di Automata: l’agente assicurativo Vaucan cercherà con tutte le sue forze chi è stato in grado di modificare il robot permettendogli di eludere la seconda direttiva, scoprendo che dietro al responsabile si nasconde qualcosa di ben più inquietante.

Come al solito le mie recensioni, se così possono essere definite, sono più che altro riflessioni, a volte vaneggiamenti. Di tutto il film, infatti, è il rapporto tra uomo e macchina, tra uomo e Umanità, a consentirci, ben oltre la trama, i pensieri più interessanti:

L’avanzata delle mortali e venefiche immensità desertiche riduce sempre di più lo spazio vitale per gli uomini, aumentando quello in cui le macchine possono invece sopravvivere. I robot, tuttavia, non entrano in conflitto diretto con gli uomini, anzi. Essi fuggono dalle città umane, si addentrano in quegli spazi mortiferi in cui, semplicemente, essi possono trovare un domani migliore, il proprio diritto alla vita e ai sentimenti.

Se l’umanità ha smesso di migliorarsi, di evolvere, di cercare di adattarsi a un ambiente in mutamento non può che soccombere; sarà un’altra forma di vita più adatta a quegli ambienti estremi ad emergere. Il senso del film però è ben più sottile; o perlomeno lo è nella testa di chi come me ama tanto fare le “seghe alle formiche” (scusate la caduta di stile).

Gli eventi della pellicola, che sembrano a tutti gli effetti una dimostrazione del principio dell’evoluzione, non si riducono però alla semplice vittoria del più forte o del più adatto. Alla fine, pur in una forma di intelligenza artificiale, è la natura umana nel suo senso più alto a trionfare: sono la solidarietà e il mutuo soccorso, la capacità di superare le avversità, di combattere per un futuro migliore a vincere.

Quando l’Uomo ha perso se stesso, si è arreso a un mondo ostile, ovvero ha perso la capacità di farsi demiurgo della realtà, di modificare il mondo con le proprie mani e la propria intelligenza, sarà un’altra forma di vita, l’intelligenza artificiale, a esprimere la vera essenza dell’umano, il lato migliore di noi.

Insomma, in Automata, le macchine sono più umane degli uomini: si sacrificano l’una per le altre, si aiutano, lottano per un futuro migliore. I robot, tuttavia, nella lotta per la sopravvivenza, contrariamente agli uomini, non vengono mai meno alla prima fondamentale direttiva: “non uccidere”.